Eh, sì, oggi è il giorno della marmotta. Quella marmotta che qua si pensa di rapire. L’inverno sarà ancora lungo, a quanto pare. Ma nelle nostre vite di certo non c’è quella monotonia da posto fisso di cui parla il premier, no.

Il problema è che Monti avrebbe anche ragione: è ora di piantarla con l’ideologia del posto fisso. Non può più essere il riferimento principale quando si parla di lavoro. Il Novecento è finito. La realtà è diversa. Vero, tutto vero. Io sono d’accordo.

Però nonno Monti, dicendo così, fa il furbetto e parte dalla fine invece che dall’inizio, perché c’è da fare qualcosa prima di mettere da parte la fissa di un contratto a tempo indeterminato (e qua l’abbiamo comunque messa via da un po’, mentalmente, non solo perché non praticabile: non la considero nemmeno auspicabile).

C’è da creare un mercato del lavoro in cui sia facile trovare un nuovo impiego, in cui le aziende investano in innovazione e formazione costantemente, in cui i candidati vengano scelti esclusivamente sulla base delle qualità e non per conoscenze o clientelismi di vario genere, in cui le retribuzioni siano adeguate e a maggior rischio (di perdere il lavoro) corrisponda una maggiore retribuzione.

C’è da creare un sistema di sicurezza e diritti che garantisca un reddito minimo, che sostenga il reddito in caso di disoccupazione e che però, facendo questo, favorisca il reinserimento nei tempi più brevi possibili, anche attraverso formazione e percorsi studiati ad hoc per le diverse fasce di età, c’è bisogno di costruire tutele valide per tutti i tipi di lavoratori, a cominciare dalle partite iva e dai precari di oggi, c’è bisogno di garanzie per maternità e paternità e di scrollarsi di dosso quel sessismo che mette la donna sempre sotto ricatto per una gravidanza.

Non è solo un lavoro di adeguamento normativo e di messa in discussione delle posizioni di rendita. Si tratta di un enorme lavoro culturale. Di cui ovviamente non si può fare carico un solo governo, per di più non eletto.

Queste sono le prime azioni necessarie perché possiamo essere d’accordo e dire che sì, il posto fisso è monotono e non ci interessa nemmeno un po’.

Caro Babbo Natale

20/12/2011

Editore, i migliori auguri di Natale sono il pagamento della fattura che ti ho mandato quasi un mese fa. Non le parole.

Che è un po’ l’episodio due del precedente post. Poniamo che una persona, uno stimato professionista, per esempio, nell’arco di cinque settimane, ma è solo un esempio, abbia fatturato una cifra, che so, intorno ai 3.000 euro, si tratta sempre di un’ipotesi, nell’arco di quelle cinque settimane, che proporzione di fatture pagate potrebbe avere collezionato?

Un quinto.

Considerando poi che di quegli ipotetici 3.000 euro, più o meno la metà se ne va in fisco, tasse e contributi, la domanda successiva è: come si fa a campare?

E la risposta non ce la darà il governo Monti.

…forse c’è tempo anche per lavorare.

La legge dovrebbe prevedere voci non eliminabili in fattura per rifarsi dei costi dei preventivi (spesso infiniti, nel tentativo di andare in contro alle richieste del cliente) e dei solleciti perché ti paghino le fatture (che il lavoro è da fare sempre in tempi brevi, ma i pagamenti possono ben aspettare, vero?).

Un 10% in più sul prezzo concordato per ognuna delle due voci: se la fattura è da 1.000 euro, aggiungiamo 100 euro per il pre e 100 euro per il post. E se non pagano alla consegna del lavoro, che la legge mi autorizzi a fargli la posta con una mazza da baseball.

Tu fa scuola?

27/11/2011

Gli italiani sono un popolo di analfabeti. Anche quelli che hanno la laurea, spesso.

Aggiornamento: questo micro-post è stato scritto prima di leggere i dati forniti da Tullio De Mauro. Dev’essere lo spirito del tempo.

Contenuti, editoria, giornalismo, scrittura.

Perché pagano tutti così poco? Quanta dignità bisogna ancora togliere a chi cerca di fare questi lavori perché quelli che mandano avanti le imprese possano dirsi soddisfatti? Qual è l’obiettivo finale?

Perché non c’è praticamente mai margine di contrattazione sul compenso? E perché, quando c’è, si parte da cifre che dovrebbero farci alzare dal tavolo senza nemmeno prenderci la briga di salutare educatamente?

E perché siamo costretti a mettere insieme tre, quattro, cinque lavori mal pagati per portarci a casa uno stipendio minimo, a farli necessariamente peggio di quanto vorremmo, invece di prenderne meno e curarli di più? Perché dobbiamo prendere su di tutto e dire no è diventato un lusso riservato a pochi?

Esiste un’indagine completa, chiara ed esaustiva di questi settori, che possa dirci il numero di persone che ci lavorano, il fatturato delle aziende, i compensi, le tipologie (e le assenze) di contratti? Se non c’è si può realizzare? Altrimenti come facciamo a capire che margine c’è, dove è possibile migliorare, come si possa pensare un quadro normativo di riferimento? Oppure continuiamo ad andare avanti in un mercato completamente senza regole che spinge sempre più al ribasso, perché tanto c’è qualcuno che pur di lavorare si adatta a prendere sempre meno?

E’ anacronistico parlare di tutele? Di compensi minimi per le prestazioni lavorative? Di strumenti per tutelare chi lavora dall’arbitrio di chi dà lavoro (compensi da fame, pagamenti ritardati, pagamenti che non arrivano affatto anche dopo anni, solo per fare qualche esempio)? Di riformare un sistema contributivo che in questo paese uccide i freelance (e spinge al nero, per chi può farlo)?

Si può dire che il lavoro a tempo indeterminato non può più essere il paradigma di riferimento (ma non come intenderebbe questa frase Confindustria o, peggio ancora, Marchionne)? Si può dire che il sindacato non lo ha capito e continua a non capirlo e che o cambia o può anche chiudere? E possiamo dire che l’isolamento che scontiamo ogni giorno davanti ai nostri computer per lavorare in queste condizioni – isolamento che si è fatto abitudine al sapore di sconfitta – non è l’orizzonte in cui vogliamo vivere i prossimi anni, perché anche le piccole soddisfazioni che riusciamo a portarci a casa ormai non ci bastano più?

Perché così non si va più avanti.

Ma vanno fatti pagare o meno i primi consigli messi sul tavolo, magari per presentarsi? Chi non sa rispondere diventa facile preda di quelle imprese che tengono nel limbo il lavoratore, mantenendo un approccio morbido alla consulenza, non definendo fin da subito i termini contrattuali, per cercare di orientarsi e capire come muoversi addirittura senza il consulente!
(Banfi – Bologna, Vita da freelance, Feltrinelli, 2011)

Suona familiare?